
La storia di Alfonso
Conoscevo da molto tempo la famiglia di Alfonso, gente semplice e dignitosa. Erano soli nella provincia in cui abitavano, poiché non erano toscani.
Un giorno di normale volontariato in ambulatorio, durante una visita di controllo del ragazzo con Fibrosi Cistica, la mamma chiese di poter parlare con me in separata sede.Quando fummo sole in una stanza, la mamma di Alfonso scoppiò in lacrime, e a stento riuscì a raccontarmi la loro situazione: da tre anni non potevano permettersi di pagare il mutuo della casa, e la banca aveva iniziato la procedura di pignoramento. Non fu difficile per me capire che, oltre il problema della casa, c’era anche un’enorme difficoltà ad affrontare il pagamento delle normali utenze.
Inoltre, da qualche tempo avevo il dubbio che la situazione familiare fosse diventata ancora più difficile, specie da quando il padre di Alfonso si era ammalato gravemente.La mamma mi confessò che vivevano solo con il sostegno economico dell’invalidità di Alfonso; suo marito aveva cercato lavoro, ma l’età e la situazione economica attuale, hanno influito negativamente sulla ricerca. Entrambi i genitori, per mantenere la famiglia, hanno accettato anche i lavori più umili. Così come la sorella di Alfonso, di pochi anni più piccola.
Conoscevo la mamma di Alfonso da molto tempo: è sempre stata timida e timorosa, mai una parola di troppo. Per esprimere il suo dolore e chiedere a tutti gli effetti un “aiuto”, credo fosse arrivata al culmine della sua preoccupazione.La Fibrosi Cistica impegna moltissimo sia la famiglia che il paziente. Molto spesso ci sono periodi di criticità che richiedono grandi sforzi e tanta tenacia, per superarli. Certe situazioni economiche, per queste famiglie, diventano un’aggravante non indifferente.
Appena ho avuto la possibilità, quindi, grazie all’aiuto del presidente di un altro comitato, siamo riuscite ad avere un colloquio con l’assessore delle politiche sociali della località doveva abitavano Alfonso e la sua famiglia. Il risultato dell’incontro fu molto positivo: le assistenti sociali, sollecitate dall’assessore, presero subito in carico il caso.Fissai un appuntamento con un legale della mia città, che generosamente assiste gratuitamente i nostri casi, poi presi contatto con l’Associazione Regionale LIFC Toscana, chiedendo aiuto economico per sostenere il pagamento delle utenze, almeno quelle che rischiavano la sospensione. Ho provveduto personalmente al pagamento delle utenze ormai scadute e inoltre ho consegnato una somma alla mamma di Alfonso per la spesa alimentare.
Oggi la famiglia di Alfonso non ha risolto del tutto i problemi, ma siamo riusciti ad ottenere la presa in carico degli assistenti sociali, i quali si sono attivati per far ottenere ad Alfonso e suo padre l’indennità di accompagnamento. Il legale, inoltre, è riuscito ad ottenere una proroga del pignoramento dell’abitazione, dando l’opportunità alla famiglia di vendere la casa, saldare il debito e ricavare un minimo di introiti.Non so se riusciremo a risolvere tutti i problemi di questa famiglia… la cosa certa è che il nostro lavoro è stato ripagato con poche e semplici parole: la mamma di Alfonso, timidamente nel suo modo di fare, mi ha dimostrato tutta la sua gratitudine, dicendomi semplicemente “adesso non ci sentiamo più soli.
Pina, volontaria di LIFC Toscana
La storia di Marco
Cara Barbara,
ricordi il mio timore e la mia vergogna quando ci siamo incontrate la prima volta? Hai chiuso la porta della stanza e mi hai garantito che quello che ci saremmo dette sarebbe rimasto fra quelle quattro mura.
Poter parlare liberamente e accettare il vostro aiuto mi ha liberato, mi ha fatto bene. Per questo vorrei che raccontassi ad altre mamme la mia esperienza perché anche loro trovino il coraggio e la forza di vincere il senso di vergogna e di riserbo. Ho saputo che è stato un medico del Centro a rivolgersi a te, con le lacrime agli occhi, perché parlassi con noi per trovare la strada migliore per aiutarci.Avuta la tua disponibilità, mi ha accompagnato in segreteria con mio marito e Marco, il mio bambino di quattro anni tanto magro che la gente pensava ne avesse due. Ricordo che la cosa che ti colpì furono i suoi occhi tristi che non riuscivi a rallegrare. Ti ho guardato, ho contato fino a tre e, con la morte nel cuore, mi sono decisa a raccontarti la nostra storia, della nostra figlia più grande, del lavoro perso da mio marito, dalla mia impossibilità di lasciare il piccolo Marco per lavorare. Quanto sei stata discreta…
Eppure non ti sono sfuggite le scarpe non adatte alla stagione di tutti noi, compreso il piccolo Marco, e quel fascio di bollette che sbucava dalla tasca di mio marito.Prima che mio marito perdesse il lavoro eravamo una famiglia serena, non grandi cose, ma vivevamo in modo dignitoso. Quanta vergogna!
Non ti ho chiesto soldi, non ti ho chiesto niente. Avevo bisogno soprattutto di parlare e di essere ascoltata, di capire se potevi aiutare mio marito a trovare un lavoro. E mi avete aiutato anche economicamente, ci aiutate ancora e il piccolo Marco adesso è cresciuto e sta meglio, può mangiare regolarmente e soprattutto sorride.Fra poco sarà Natale… tempo fa avete reso il nostro Natale un Natale felice dopo anni. Mi auguro che altre mamme trovino il coraggio di aprirsi e che voi, come associazione, possiate regalare altri Natali felici ad altre famiglie e un sorriso ai loro bimbi.”
Grazie di cuore!!!
Anna, la mamma di Marco